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Libertà di stampa, chimera o realtà?
Due opinionisti a confronto: Marco Travaglio e Arturo Diaconale
Autori ed editori, bersagliati da richieste di risarcimento danni per diffamazione, hanno lanciato un appello: «Il premier Berlusconi e gli esponenti di Mediaset rinuncino alla richiesta di risarcimento per 50 milioni di euro e si passi a un procedimento penale». Un metodo che consentirebbe ai pm di indagare sulle presunte diffamazioni per poi affidare a un giudice terzo la sentenza definitiva. Paolo Serventi Longhi, segretario dell'Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana), ha spiegato che «la situazione risarcimenti è drammatica» e ha messo in luce l'«assenza marcata di un vero pluralismo dell'informazione». Il 21 ottobre il ministro della Giustizia Roberto Castelli ha dichiarato: «Ci sono alcuni giornali, come "La Repubblica", "L'Unità" e "L'espresso", che sono una vergogna e che spesso nei miei confronti fanno opera di killeraggio». E a proposito della legge sulla libertà di stampa ha poi aggiunto: «Per il nuovo codice stiamo lavorando anche al problema del reato di calunnia a mezzo stampa. La libertà di opinione non dev'essere libertà di calunnia e menzogna contro un avversario da abbattere». Frasi che hanno scatenato le reazioni indignate di giornalisti e Fnsi.
Due opinionisti di fronte opposto esprimono il loro parere sulla libertà di stampa in Italia: Marco Travaglio, giornalista bersagliato per le affermazioni su Berlusconi contenute nel suo libro "L'odore dei soldi", e Arturo Diaconale, direttore de "L'opinione".
In Italia c'è libertà di stampa? Travaglio - C'è libertà solo in alcuni giornali, qua e là. In televisione sicuramente non c'è. È ora che si utilizzino canali alternativi per fare informazione, per comunicare con i cittadini. Per esempio: internet, i convegni, le manifestazioni e i girotondi. La televisione è ormai diventata un unico, grande spot di regime. Anzi, per legge dovrebbe esserci la segnalazione: "pubblicità".
Diaconale - La libertà è come sempre molto ridotta. Innanzi tutto perché le proprietà dei grandi organi di stampa sono concentrate in pochissime mani, poi perché esiste ancora un tipo di egemonia politico culturale che, a dispetto di quel che dice Travaglio, rende estremamente ridotti i margini di libertà per chiunque non faccia parte di questa setta. Esempio: negli ultimi 30 anni non c'è stato un giornale di sinistra, o comunque orientato a sinistra, che abbia assunto un giornalista non allineato. Cosa che invece accade nei giornali di destra. Non è tutta colpa di Berlusconi però, Travaglio ha una sindrome berlusconiana che secondo me andrebbe curata. Non si possono affrontare i problemi del Paese solo in questa chiave. In ogni caso i mezzi alternativi sono necessari perché non esiste la possibilità di creare imprese editoriali in un mercato di monopolisti privati e pubblici, in un mercato editoriale che è nelle mani di quattro signori. Chiunque voglia entrarci deve avere risorse gigantesche, o ritagliarsi spazi marginali,o ricorrere agli strumenti alternativi.
Una valutazione sulle dichiarazioni del ministro Castelli? Travaglio - Sono parole sorprendenti. Mi stupisce che il ministro Castelli voglia introdurre il reato di calunnia a mezzo stampa, proprio lui che poco tempo fa aveva proposto di depenalizzare i reati d'opinione. Insomma, Bossi può dire che con il Tricolore ci si pulisce il sedere e la stampa non può esercitare il diritto di cronaca e di critica. Poi è inquietante che abbia citato "La Repubblica", "L'Unità" e "L'Espresso", i tre giornali per cui lavoro. Allora significa che vogliamo punire la calunnia a mezzo di alcuna stampa, ma soprattutto che non vogliamo imbavagliare tutta l'informazione, solo quella scomoda, quella di alcuni giornalisti in particolare, quei pochi che ancora hanno il coraggio di dire certe cose. E comunque questa eventuale e sciagurata riforma della legge sulla libertà di stampa non conviene affatto a Fininvest, che è la più condannata in assoluto per le offese a mezzo stampa, in particolare nei confronti dei magistrati. Non dimentichiamoci che Berlusconi ha dovuto chiedere pubblicamente scusa a Cossutta per averlo definito, durante una puntata di "Porta a porta", un organizzatore di bande armate. Se si facesse come vuole Castelli a Fininvest non basterebbe l'ergastolo.
Diaconale - Il ministro prima ha detto una sciocchezza e poi si è corretto. Il problema delle querele è gigantesco, quantificato dall'Ordine dei giornalisti in 3 miliardi di risarcimenti richiesti. Il ricorso è diventato uno strumento di arricchimento, non esiste una regola in base alla quale i magistrati possono giudicare, cosa che produce abusi spaventosi. Questo sì che mette a rischio la libertà di stampa. Parlo per esperienza personale: se un giornale come il mio viene sottoposto a richiesta di danni rischia di avere un bilancio dissestato e questo è un modo per uccidere la libertà di stampa. Per i grandi giornali è solo un problema di ingegneria societaria di bilancio, per i piccoli è sopravvivenza.
31 ottobre 2002
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