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Se l'Fbi gioca sporco
Procedure illegali per arrestare due hacker russi
Per l'Fbi è stata un'indagine magistrale e per il mondo degli hacker una clamorosa sconfitta. Ma per la giustizia americana potrebbe trattarsi di un'operazione criminale oltre i confini della legalità. È questa la tesi avanzata da un avvocato di Seattle, John Lundin, che ha puntato il dito contro l'inchiesta realizzata dal Bureau statunitense e conclusasi (nell'aprile del 2001) con la cattura di due cracker russi, il 20enne Vasiliy Gorshkov e il 25enne Alexey Ivanov.
L'Fbi era stata chiamata in causa sulla base delle denunce presentate da numerosi provider, siti istituzionali e di e-commerce vittime di attacchi informatici. Nel corso delle indagini, gli agenti erano riusciti a individuare Ivanov tra i presunti autori degli attentati digitali. Nella speranza di incastrarlo, gli investigatori avevano creato una società fasulla operante sul web che proponeva all'indiziato di tentare un'intrusione sui propri server: se ci fosse riuscito avrebbe ricevuto un premio in denaro. Ivanov aveva abboccato e, con l'aiuto di Gorshkov, si era introdotto nei sistemi di quella che credeva una normale azienda informatica.
In realtà, durante il tentativo di accesso da parte dei due giovani, l'Fbi aveva messo in azione i propri sistemi di rilevazione ed era riuscita a intrufolarsi nei computer russi copiando file considerati decisivi ai fini delle indagini. A questo punto, trovate le prove, mancava la possibilità di attuare un arresto. Così, l'Fbi, sempre nei panni dell'azienda fantasma, aveva invitato i due hacker negli Usa con la scusa di una possibile assunzione. Ancora una volta, Ivanov e Gorshkov si erano fatti ingannare: atterrati negli Stati Uniti, erano stati arrestati. Su di loro pendevano 20 capi d'imputazione (da reati informatici alla frode fino alla cospirazione) e, successivamente, i tribunali di Seattle e Washington li avevano rinviati a giudizio.
Ma sui processi, che si sono entrambi conclusi con la condanna dei due hacker, pende una questione di legittimità in merito alle procedure utilizzate dall'Fbi sollevata dall'avvocato John Lundin, che difende Gorshkov. Il legale sostiene infatti che il Bureau non era in possesso di un regolare mandato della magistratura statunitense per introdursi nei computer dei due russi. In sostanza, le prove sarebbero state ottenute con dei mezzi illeciti e, quindi, da considerarsi non valide ai fini del processo.
L'Fbi ha ribattuto che l'intrusione avvenuta in Russia non necessitava di un'autorizzazione delle toghe americane, perché era avvenuta extragiurisdizione. Ma l'avvocato Lundin ha ribattuto che gli agenti erano stati sollevati da qualsiasi responsabilità nei confronti della legge russa proprio perché si trovavano negli Usa.
Il tribunale, per ora ha dato ragione ai Federali: dopo Ivanov (per il quale comunque si attende ancora la sentenza con i dettagli della pena), anche Gorshkov è stato infatti condannato a tre anni di reclusione e a pagare danni per 700mila dollari alle aziende che sarebbero state danneggiate dalle sue incursioni informatiche nei rispettivi computer. I danni dovranno essere pagati a PayPal, celebre azienda per i pagamenti online con carta di credito, e alla Speakeasy Network, società di Seattle, per le perdite subite dalle operazioni di Gorshkov e del suo compare.
Ma l'avvocato Lundin non sembra demordere e lo scontro sui poco ortodossi metodi dell'Fbi potrebbe essere soltanto all'inizio.
8 ottobre 2002
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