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Giapponesi schedati?
"Juki net" raccoglierà i dati di tutti i cittadini giapponesi che protestano per la violazione della loro privacy
Toglietevi dalla testa tutti i luoghi comuni sui giapponesi: che lavorano come matti, che vivono in gruppo e danno un valore esasperato alla collettività. Che non pensano a se stessi ma solo al bene comune. Da qualche giorno abbiamo una certezza: anche i giapponesi si arrabbiano. Ma sul serio. E lo fanno per una questione che più personale non potrebbe essere: la privacy.
Beh, che c'è di strano, verrebbe da pensare? Intanto in Giapponese non esiste nemmeno una parola che racchiuda in sè il concetto di "privacy". Questo vorrà pur dire qualcosa. Inoltre il Governo nipponico ha approvato una banca dati supertecnologica con l'intenzione di agevolare la collettività e snellire un bel numero di procedure burocratiche e amministrative. Apriti cielo e chiuditi terra: proteste a Tokyo e a Yokohama; lettere minatorie (con tanto di proiettili) al premier giapponese Junichiro Koizumi e ad altri esponenti della pubblica amministrazione.
Ma cosa prevede la riforma approvata lo scorso 6 agosto? Vediamola insieme. Si tratta appunto di una rete informatica che collega gli uffici decentrati al database centrale dell'amministrazione pubblica e si chiama "Juki net" (abbreviazione di "jumin kihon daichou", "registro base dei cittadini"). Ogni cittadino è stato dotato di un codice a 11 cifre, spedito in concomitanza con l'attivazione della rete. Ad esso sono associati nome, cognome, data di nascita, sesso e indirizzo. Per accedere a Juki net ogni amministrazione locale è stata dotata di un terminale dedicato. La rete permette di identificare qualsiasi cittadino nipponico (non gli stranieri, anche se residenti) in qualsiasi luogo dell'arcipelago esso si trovi. Unico neo, manca una legislazione nazionale sulla privacy. E i cittadini giapponesi sono giustamente preoccupati da una schedatura di massa senza regole e contorni ben definiti. Tanto più che cinque Comuni si sono rifiutati di aderire al progetto nazionale e Yokohama (3 milioni e mezzo di abitanti) ha fatto sapere che accetterà solo se i cittani saranno liberi di comunicare la propria adesione. «Se neanche i Comuni si fidano di questo sistema informatico, come possiamo fidarci noi?» obiettano i giapponesi. Da Tokyo fanno orecchie da marcante: la legge sulla privacy verrà approvata il prossimo autunno. Intanto parte il sistema informatico.
Purtroppo, a conferma che la realtà supera sempre la fantasia, qualche giorno fa è stato portato a termine un furto ai danni del sistema informatico della Difesa giapponese da parte di un gruppo di hacker. Domanda (scontata): se nemmeno il ministero della Difesa riesce a impedire la diffusione non autorizzata di dati, come possono i giapponesi considerare sicura "Juki net"? In molti, non solo in Giappone, cominciano a pensare che la tecnologia può essere una buona amica ma anche un incubo da cui è difficile liberarsi. Forse è proprio questo il motivo del successo dell'ultimo film di Steven Spielberg "Minority report". Qualche mese fa George Bush, per combattere il terrorismo, ha autorizzato l'FBI a violare qualsiasi norma di privacy su internet. I dati anagrafici dei cittadini giapponesi a confronto, con tutto il rispetto, fanno solo sorridere. Finora la tecnologia ci ha aiutato a vivere meglio. Speriamo non diventi per tutti noi una prigione dorata da cui è impossibile fuggire.
15 agosto 2002
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