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Dove la rete ha il bavaglio

Per l'80% del mondo navigare liberamente è una chimera

Internet terra di nessuno, terra di libertà, priva di barriere: un'equazione non valida dappertutto. La leggenda della rete, che avrebbe finalmente abbattuto i filtri e le distanze tra gli stati e tra gli uomini, non funziona in tutti i Paesi del mondo. Al contrario, il 63% dei governi esercita forme di censura su internet, in misura più o meno costrittiva. E più dell'80% della popolazione della terra vive entro confini in cui la libertà d'espressione non è rispettata, e dove la rete è imbavagliata.

Il drammatico dato, fornito dall'ultimo rapporto dell'associazione americana "Freedom House", evidenzia un allarme rosso per internet in Paesi come l'Azerbaijan, la Bielorussia, la Birmania, Cuba, l'Iran, l'Iraq, il Kurdistan, l'Arabia Saudita, la Siria, l'Uzbekistan, e il Vietnam. Per poter navigare serve o un permesso speciale, o un accesso regolarizzato, con tanto di provider imposti e controllati. Ai raggi X. E da queste parti non si scherza: chi deroga rischia pene molto severe.

Anche l'associazione "Reporters sans Frontiers" ha stilato una lista nera dei Paesi "nemici di internet": sarebbero 20 gli stati che censurano il web, per soffocare la circolazione di idee sovversive. Suppergiù le stesse nazioni individuate dall'associazione americana. Consultando la ricerca dei francesi si scopre che in Birmania il black out è totale: chi possiede un pc deve dichiararlo, pena il carcere per 15 anni. In Arabia Saudita esistono solo alcuni server di stato, che grazie a filtri impediscono l'accesso a siti "occidentalizzati". Anche sotto il governo di Fidel Castro i controlli sono capillari, e i cyber-dissidenti pubblicano le informazioni sulle pagine web di server di Miami.

E il caso della Cina? Internet è diffusissimo. Ma la censura si fa sempre più rigida. Numerosi cyber-café vengono di tanto in tanto chiusi. E di recente le autorità di Pechino hanno approvato un nuovo regolamento che imbriglia ancor di più la rete: vietato diffondere online notizie non ufficiali e semplici voci.

2 dicembre 2000

  Antonella Laudonia
  dalla rete
Reporter sans Frontiers Il libro nero e i venti "nemici di Internet"
Freedom House Per la difesa della libertà e della democrazia nel mondo
Human Rights Watch La libertà di espressione su internet
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Censur@

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  Libertà di parola
Da cosa deriva la libertà di espressione a cui si appellano i dissidenti dei Paesi in cui si respira aria di regime? Dall' articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani, che recita «Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere». Tale documento fu proclamato nel 1948 dall'Onu. Per la prima volta nella storia dell'umanità venivano affermati diritti di cui ogni essere umano deve poter godere, per la sola ragione di esistere. È stata firmata anche dalla Cina, che però l'ha sempre disattesa.
  Arresti clamorosi

Finire in carcere per l'uso di internet. In Cina è capitato. Il primo cinese arrestato a causa della rete si chiama Lin Hai, 30 anni, tecnico informatico. Nel marzo '98 fu sbattuto in galera e condannato a due anni con l'accusa di "incitamento al rovesciamento dello Stato". Aveva fornito 30mila indirizzi e-mail di utenti cinesi a una rivista online dissidente con sede negli Usa. Il processo si è svolto molto rapidamente e in segreto, senza avvocato. Da allora il governo cinese ha continuato il suo giro di vite, con l'arresto di centinaia di cyber-dissidenti. Un altro caso eclatante? Quello di Qi Yanchen, imprigionato per aver tentato di riprodurre informazioni sui diritti umani ricevute da internet.

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