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Il riposo dei super-jet

Un cimitero per gli aerei delle compagnie in crisi

Marana, un nome come tanti. Eppure quando un aereo atterra in quell'aeroporto, è un brutto segno. Vuol dire che la sua fine è vicina. In questo lembo di deserto in Arizona affluiscono decine di velivoli di compagnie in crisi, che sono parcheggiati per un po', con la speranza di potersi librare nuovamente nell'aria. Molti non ce la fanno e sono demoliti per finire in lattine.

Dopo l'attentato dell'11 settembre il traffico aereo è diminuito e molte compagnie sono in caduta libera. Per sopravvivere riducono drasticamente il numero di voli ma non sanno cosa fare con gli aerei in esubero. Quindi fanno fare loro un ultimo volo verso il deserto e li mollano in un buco sperduto dell'Arizona. A fiutare odore di business è stato Delford Smith che, ventisei anni or sono, ha avuto l'idea di offrire un posto al sole - è il caso di dirlo - ai jet commerciali in disgrazia. Lì lo spazio non manca e il clima è così caldo e secco da non far temere la ruggine agli apparecchi. Il tutto per la modica somma di 750-1500 dollari al mese.

Una volta parcheggiati si procede immediatamente a togliere le scritte della compagnia aerea dalla carlinga: leggere il nome di un'aerolinea non fa bene all'immagine. Si coprono poi i finestrini con nastro adesivo per evitare che i raggi del sole possano far sbiadire il rivestimento dei sedili e della moquette e infine si sigillano i reattori per proteggerli dalla sabbia. Una volta al mese un meccanico entra nella cabina di pilotaggio, accende gli strumenti di bordo e mette in moto i reattori. Esattamente come per la vecchia auto custodita nella rimessa di casa con la quale si fa il giro dell'isolato per mantenerla in buone condizioni di funzionamento. 

Se i conti della compagnia aerea continuano a deteriorarsi, il parcheggio degli apparecchi si trasforma in una condanna e il deserto diventa per loro la fine. Si smontano le ruote, si asportano gli sportelli e si rimuovono le turbine. Alla fine il colpo di grazia: i caterpillar schiacciano le carcasse e le parti di alluminio saranno vendute ai produttori di alimenti in scatola. Così quando un Jumbo muore, non va in cielo, ma si trasforma in lattina. E la vita continua.

2 marzo 2002

  Michel Paganini
  dalla rete
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